Mario Cygielman (Archeologo direttore coordinatore Soprint. Archeologica della Toscana) dice NO al

lunedì 9 luglio 2012

Polo Logistico a Braccagni: si prepara il percorso.

La seconda puntata si apre con una questione che forse a poco a che fare con il nostro argomento ma che vale la pena ricordare.
In data 2 dicembre 2008, con Delibera di Giunta n. 686, viene adottata la modifica del Piano Particolareggiato del Traffico Urbano di Braccagni (Assessore di riferimento era Capperucci Daniele). Viene modificata la circolazione con una serie di sensi unici che creano un anello circolatorio formato dalla vecchia Aurelia, via Malenchini, via A. Garibaldi e via dei Garibaldini, rendendo difficoltosa la mobilità dentro Braccagni.


Si possono notare due cose: si parla già di traffico di mezzi pesanti (anche notturno) e, altra chicca, di doppio senso su via Malenchini fino a via Sgarallino, mai realizzato nonostante le proteste e le reiterate richieste da parte della popolazione residente. Comunque basta fare due passi per via Malenchini per accorgersi che viene quotidianamente utilizzata a doppio senso, con pericoli evidenti per l’incolumità di chi ci transita (ma questa è un’altra storia).
Nel mese di febbraio 2009 la PILT esegue i rilievi del traffico dentro Braccagni, e precisamente nelle vie: vecchia Aurelia, via Malenchini e via dei Garibaldini. Proprio quelle vie che appena due mesi prima avevano cambiato regime circolatorio. Sarà stato un caso?
Per capire meglio il progetto che viene proposto dalla PILT ci torna utile la lettura della “Relazione Tecnica di Impatto Trasportistico“, redatta sulla base dei dati acquisiti, dove possiamo leggere quelli che sono i traffici attesi: “per i traffici in ingresso con vettori ferroviari, 290 ÷ 330 treni l’anno, l’intermodalità con la gomma si traduce, …, in un traffico di camion anno compreso nel range 5.900 ÷ 8.300.”


estratto Relazione Tecnica di Impatto Trasportistico

Inoltre, “per i traffici in ingresso al Terminal su gomma, stimabile tra i 9.900 ÷ 14.300 camion l’anno, l’intermodalità con il ferro si traduce, …, in un traffico annuo di treni compreso tra i 490 e i 570 treni annui.”


estratto Relazione Tecnica di Impatto Trasportistico

Sommando i dati minimi stimati (volendo essere ottimisti) si avrà un transito di camion pari a (5.900 + 9.900) 15.800 all’anno che transiteranno nelle strade di Braccagni, soprattutto nelle vie vecchia Aurelia, via Malenchini e via dei Garibaldini (altrimenti i rilievi fatti dalla PILT a cosa sono serviti?). Volendo fare un inciso, la trasformazione della S.S. 1 Aurelia in autostrada, secondo i progettisti della SAT, indurrà un traffico di 7.000 veicoli sulla vecchia Aurelia che passa dentro Braccagni, sommando questi al traffico indotto dal progetto PILT otteniamo la bella cifra di 22.800 automezzi all’anno che si sommano all’odierno traffico che interessa Braccagni.

Si legge anche che, oltre ad altri prodotti infiammabili, transitano e vengono stoccati prodotti petroliferi, e questo avviene a 150-200 metri dalle abitazioni e a meno di 400 metri dalla scuola materna ed elementare di Braccagni. Pare superfluo ricordare la tragedia di Viareggio, quando per il deragliamento di un treno merci che trasportava gas gpl, hanno perso la vita 32 persone, oppure un episodio occorso nella stazione di Grosseto e segnalato dal Sindaco con una nota, nella quale si legge:


Il Comune nel chiedere alla PILT l’avvio del procedimento di un Piano Complesso di Intervento, chiede anche “l’impegno ad acquisire” i terreni dove sarà realizzato l’intervento e la PILT provvede con un preliminare di acquisto immobiliare (febbraio 2009), dove i terreni agricoli vengono promessi a circa 230.000 Euro ad ettaro.

Sempre nel 2009 si accorgono che il Piano Complesso di Intervento non può essere portato a buon fine, perchè vietato dalle norme urbanistiche. Si ricorre, allora, ad una Variante al PRG, in quanto il Piano Strutturale, che prevede il polo logistico da un’altra parte, non può essere attuato mancando il Regolamento Urbanistico.
C’è un piccolo particolare: sono scattate le norme di salvaguardia del P.S. che, di fatto, impediscono l’adozione di Varianti. Nessuno se ne accorge (noi sì) e nel giugno 2009 la PILT chiede l’avvio del procedimento per una Variante al PRG “per la previsione di un polo logistico intermodale nell’area a nord dell’abitato di Braccagni“, che il Comune prontamente accoglie.

Dalla documentazione presentata si capisce che cosa verrà costruito, infatti si legge “il Polo logistico-intermodale si estende su un’area di circa 330.000 mq e prevede la localizzazione di uno scalo merci ferroviario e la realizzazione di un’area per funzioni produttive (industriali, artigianali, direzionali e di commercio all’ingrosso) di 200.000 mq“, in pratica 20 ettari di capannoni.
Si legge, inoltre, che sui 33 ettari, saranno realizzate le seguenti strutture:
  • Terminal Ferroviario
  • Area Doganale: “consente di avere depositi allo stato estero, le merci di importazione delle aziende di trasformazione o commerciali potranno godere di uno stoccaggio in esenzione IVA e dazi doganali.“
  • Polo Agroalimentare: “impianti di manipolazione e valorizzazione dei prodotti agricoli (industria agroalimentare), stoccaggi adeguati a temperatura controllata per le materie prime in ingresso e prodotti finiti, impianti di preparazione e lavorazione degli stessi.“
  • Polo Logistico: “quell’infrastruttura che mette a sistema le proprie attività, come quelle sopra descritte ed altre che per brevità non riportiamo, … realizzando un’ area attrezzata per affiancare e promuovere lo sviluppo delle merci sull’aeroporto di Grosseto oppure un autoporto per eliminare l’ingresso dei mezzi pesanti in città e organizzare la distribuzione delle merci in orari meno impattanti per la viabilità.“
Per brevità (forse per non annoiarci) non riportano il grosso delle attività industriali svolte da quello che la Pilt chiama polo logistico.
Inoltre introduce un nuovo elemento: l’autoporto che elimina l’ingresso dei mezzi pesanti in città, dirottandoli dentro Braccagni, e organizzando la distribuzione delle merci in orari meno impattanti per la viabilità. Quali saranno questi orari che presentano meno traffico? Durante la notte o all’alba? Quale sarà l’impatto di questi trasporti sulla popolazione di Braccagni, viste le cifre sopra riportate?

Tutto questo non sembra preoccupare i nostri politici che sono ben determinati nel sostenere che questo progetto è utile e non avrà nessun effetto negativo sui paesi di Braccagni e Montepescali. Anzi, con tutto questo traffico, ci sarà da guadagnare per le attività commerciali presenti in zona, peccato che nella documentazione presentata dalla Pilt si legge che sono previsti, all’interno dell’insediamento produttivo, servizi di prima necessità quali ristoranti, bar, banche, asili nido, lavanderie, palestre, ecc.. Chi ci guadagna?

Dall’esposizione può sembrare tutto molto semplice ma non lo è, perchè tutto nasce da voci raccolte in paese, qualcuno si preoccupa, si organizza e da pochi si diventa molti.

Fine seconda puntata

venerdì 6 luglio 2012

Polo Logistico a Braccagni: come è nata la previsione?

Inizia un percorso per ricordare come si è sviluppato nel tempo il progetto del Polo Logistico e come i componenti del Comitato SOS Braccagni NET e tutti i suoi amici si sono adoperati per opporsi a tale scempio.

La prima traccia si riscontra nel Piano Strutturale del Comune di Grosseto, adottato nel 2004 e approvato definitivamente nel 2006, in conformità alla Legge Regionale 5/95 sul Governo del Territorio, il quale prevedeva all’art. 110: “In continuità dell’insediamento produttivo già indicato nel Piano Strutturale di Roccastrada si prevede la realizzazione di un Polo Logistico e/o Agroalimentare. Tale Polo è delimitato dal confine con il Comune di Roccastrada, dal tracciato della nuova Aurelia, dalla S.P. n. 19 per Montemassi e dalla Via del Madonnino”.


Fin qui nulla di particolare, la popolazione ne è a conoscenza e non si registrano proteste di rilevo.

Ma accade un fatto che cambierà il corso di questa previsione, il 14 marzo 2008 la PILT S.p.A. (Polo Intermodale Logistic & Terminal Grosseto) deposita in Comune la proposta per costruire, in continuità con l’abitato di Braccagni, nel triangolo formato da via Malenchini, la ferrovia per Siena e la vecchia Aurelia, un’area industriale con valenza logistica.

L’area industriale si sviluppa su una superficie di terreno agricolo di circa 34 ettari, con elevato rischio idrogeologico ed idraulico, dove insisteranno 200.000 mq (20 ettari) di capannoni, oltre alla linea ferroviaria, piazzali per stoccaggio container e la dogana.


Il 17 giugno 2008, il Comune di Grosseto, con Delibera di Giunta n. 397 “Atto di indirizzo per la promozione della realizzazione di un’area industriale a specializzazione logistica in loc. Braccagni e per l’avvio della valutazione della proposta di Piano complesso di intervento presentato dalla Soc. PILT”, accoglie la proposta PILT promuovendo la realizzazione dell’area industriale.

Con un atto di indirizzo della Giunta, viene cambiato ciò che il Consiglio Comunale aveva approvato nel 2006 a seguito di un percorso partecipato e rispettoso della normativa in materia di governo del territorio.

La delibera è visionabile a questo indirizzo: www.comune.grosseto.it/atticomune/Gscan/20080397.pdf e riporta i nomi di chi l’ha approvata e che, quindi, ha voluto promuovere quest’area industriale, che rischia di danneggiare seriamente la vita di due paesi: Braccagni e Montepescali.

Vediamo chi sono:


Chissà se i presenti a quella convocazione fossero coscienti di cosa andavano ad approvare e di cosa sarebbe successo quando per un caso fortuito due nostri paesani vennero a conoscenza della cosa.

La delibera riporta i nomi di altri attori attivi nella vicenda, ad esempio si legge:


Ricordiamoci questo passaggio ci tornerà utile per le prossime puntate e chi era presente agli incontri della famosa partecipazione per la formazione del Regolamento Urbanistico sa già a cosa mi riferisco.

Non è tutto, il Comune si affida alle affermazioni di un privato sulla fattibilità di un’opera che cambierebbe il volto di un territorio e la vita dei suoi cittadini.


Inoltre, emerge una possibile interferenza con le competenze del Consiglio Comunale, infatti viene affermato:


Già nel titolo la delibera viene proposta quale “atto di indirizzo” ed in questo paragrafo la Giunta esprime la volontà politica del Comune; secondo la legge è il Consiglio comunale l’organo di indirizzo politico del Comune e fra le materie di sua competenza figurano il piano urbanistico comunale e il piano delle opere pubbliche (http://it.wikipedia.org).

Arriviamo al gran finale:


Fine prima puntata.

martedì 12 giugno 2012

Tutti pronti a salire sul carro dei vincitori?


I segnali sembrano inequivocabili, è già da un po' che si susseguono dichiarazioni, alcune apparse anche sulla stampa, dove si afferma che il polo logistico non “s'ha da fare”. La speranza, ma ci giurerei poco, è che non inizi a muoversi quel popolo di opportunisti che baldanzosi tentano di salire sul carro dei vincitori. Chi merita questo onore?
Chi ha portato avanti con coraggio e competenza le motivazioni della illegittimità di quel progetto?
Chi si è mosso alla ricerca di documenti, peraltro poi ostacolata, per dimostrare alla popolazione di Braccagni e della Maremma, ciò che veniva ordito a danno del patrimonio paesaggistico, storico-archeologico e della salute e sicurezza dei cittadini?
Chi ha scritto pagine e pagine di osservazioni per dimostrare che il progetto del polo logistico è illegittimo e che la sua previsione non rispetta i piani e le norme urbanistiche?
Chi ha passato notti insonni a studiare documenti, piani e leggi, sottraendo tempo e risorse alla propria famiglia?
Vi dico chi: il sottoscritto e i componenti del Comitato SOS Braccagni NET, prima come gruppo spontaneo poi organizzati nel Comitato del quale oggi sono Presidente, subentrato, dopo il brillante lavoro svolto, a Marco Barbacci.
Non temo smentite: abbiamo organizzato tre assemblee pubbliche partecipate dalla popolazione e dagli esponenti politici, le cui dichiarazioni sono registrate e alcune pubblicate su internet, abbiamo scritto osservazioni a tutti i procedimenti amministrativi intentati per la sua realizzazione, abbiamo fatto volantinaggio, parlato con la gente, siamo stati offesi, ostacolati e, parlo a titolo personale, attaccati direttamente.
Abbiamo messo le nostre competenze al servizio dei cittadini e delle istituzioni per la legalità e lo abbiamo fatto da subito, appena capito cosa stava succedendo. Eravamo a metà 2009.
Siamo stati accusati, ed è sulla stampa, di aver scritto le osservazioni per la Regione, perchè molto simili alle nostre, scritte in precedenza. Somiglianza dovuta al fatto che entrambe nascono dalla “legge”, scritta a tutela dei cittadini e del territorio, di fronte alla quale dovremmo essere tutti uguali.
È stato tentato di bollarci come ambientalisti estremisti o cittadini impauriti, colpiti dalla sindrome del nimby (non nel mio giardino). Noi non siamo stati nulla di tutto ciò, siamo stati cittadini responsabili, abbiamo parlato nelle giuste sedi e con i giusti modi. Non siamo stati chiassosi o beceroni.
Siamo stati propositivi a tutela dei cittadini e delle medie e piccole imprese che rappresentano l’ossatura di questo territorio. Non vi fate ingannare, non abbiamo negato nulla, ci siamo semplicemente opposti ad una speculazione che avrebbe avuto effetti devastanti proprio sulle piccole e medie aziende maremmane. Abbiamo proposto, come dallo studio di Invitalia, un piccolo polo a misura di Maremma, da collocare al Madonnino nell’area definita, dal Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia, la “Cittadella del lavoro”.
Ci sentiamo di aver fatto Politica (con la P maiuscola), quella politica che oggi tanto viene invocata e che deve essere di esempio, da contrapporre al crescente sentimento di antipolitica che agita il paese. Abbiamo fatto una politica seria e pulita, nell’interesse di tutti i cittadini.
Questo va riconosciuto al Comitato, a quel gruppo di amici che ha affrontato tenacemente questa battaglia, perché sapevano di essere nel giusto. Questo mi rende orgoglioso di averli rappresentati come Presidente e mi fa sentire libero, perché consapevole di aver partecipato a qualcosa di importante per la vita di una comunità della quale sono orgoglioso di far parte.
Fabio Bargelli

giovedì 7 giugno 2012

La Strega del Padule ha fatto il lifting?

La leggenda ci offre nuove storie, l’ignaro viandante ha incrociato lo sguardo con quello della Strega del Padule. Questa volta il malcapitato corrisponde ai Consiglieri Regionali che hanno votato la Legge n. 21, del 21 maggio 2012, di modifica agli artt. 141 e 142 della Legge Regionale 66/2011 (legge finanziaria).
La nuova normativa consente alcune tipologie di intervento a condizione che siano preventivamente realizzate le opere di messa in sicurezza idraulica e sia dimostrato che non aumenta il rischio nelle aree circostanti.

Fra le opere consentite troviamo:
  • ampliamento di opere pubbliche;
  • impianti e opere accessorie (compresa la modifica e l'ampliamento dell'esistente) per la depurazione degli scarichi idrici, per lo stoccaggio, il trattamento, lo smaltimento e il recupero di rifiuti;
  • impianti per la produzione di energia da FER;
  • nuovi edifici rurali, ampliamento o modifica dell'esistente;
  • addizioni volumetriche ad edifici esistenti non assimilate alla ristrutturazione edilizia;
  • demolizione e ricostruzione di volumi esistenti;
  • tutte le opere e gli interventi sottoposti a SCIA, compresi gli interventi specificamente disciplinati dal RU, da piani attuativi, laddove tali strumenti contengano precise disposizioni planivolumentriche, tipologiche, formali e costruttive (caso piuttosto difficile ma non impossibile).

Le opere di messa in sicurezza, comprensive di quelle necessarie per non aggravare la pericolosità idraulica al contorno, sono definite in uno specifico progetto allegato alla segnalazione certificata di inizio attività (SCIA), oppure presentato e valutato nel procedimento di rilascio del permesso a costruire. La realizzazione di tali opere costituisce presupposto per la regolarità degli interventi.
Il progettista assevera le opere, quindi è il diretto responsabile.

Il progetto delle opere di messa in sicurezza idraulica deve essere depositato presso l'Autorità di Bacino (struttura regionale competente), prima di avviare i lavori per la realizzazione dell’intervento edilizio. In seguito, il direttore dei lavori certifica la regolare esecuzione delle opere di messa in sicurezza idraulica e trasmette il relativo atto al comune e alla struttura regionale competente che opera controlli a campione nell'ordine del 20%.

La mancata esecuzione delle opere di messa in sicurezza idraulica prima dell’avvio dei lavori di realizzazione dell’intervento edilizio comporta l’applicazione delle sanzioni previste per le opere realizzate senza permesso a costruire o in assenza di SCIA.

La mancata trasmissione del certificato di regolare esecuzione delle opere di messa in sicurezza idraulica, da parte del direttore dei lavori, comporta la sanzione di 258,00 Euro.

Sembra che la norma consenta in primo luogo di superare problematiche relative a progetti di opere pubbliche e di trattamento rifiuti (pare che un inceneritore fosse bloccato dall'ex art. 142), interventi dove è sicuramente più facile trovare soldi per finanziare le opere di difesa idraulica e qui viene meno il proposito della legge finanziaria, ossia il risparmio di denaro pubblico.

Vengono concessi interventi in area agricola, sicuramente meglio di prima quando tutto era vietato, ma quanto possono costare le opere di difesa idraulica, di un vasto territorio, ad una piccola o media azienda? Come potrà garantire la sicurezza del territorio intorno? Credo che il piccolo agricoltore non farà nulla!

Invece, cosa può fare un ipotetico speculatore? Progettata la sua opera (inceneritore? Polo industriale?), si rivolge ad un anziano ingegnere (almeno di 75 anni) e si fa progettare (lautamente pagato) le opere di difesa idraulica che da computo metrico ammonteranno, per esempio, a 20 milioni di Euro, dimostrando che non ci sono rischi per il territorio intorno e quindi anche per la popolazione. Tanto sa già che di tutto questo non sarà realizzato nulla, perchè depositerà il progetto alla struttura regionale confidando di non cadere in quel 20% soggetto a controllo, intanto il Comune gli rilascia il permesso a costruire perchè non è titolato al controllo del progetto idraulico. A questo punto il direttore dei lavori non deposita il certificato di regolare esecuzione delle opere di messa in sicurezza, tanto se la cava con una multa di 258,00 €, così viene realizzata l'opera, quando chi di dovere si accorgerà che le opere di difesa idraulica non sono state realizzate sarà troppo tardi e l'opera sarà in piedi. Il Comune avvierà tutte le procedure per sanzionare chi ha costruito, ma intanto l'opera è lì e procurerà sicuramente guai alla popolazione ed al territorio. Sicuramente arriverà in fondo al procedimento, dopo decenni, cavandosela con una multa e avendo sanata la sua opera, risparmiando così la quasi totalità di quei 20 milioni di Euro che avrebbe dovuto investire in difesa del territorio e dei cittadini.
Tutto, naturalmente, graverà sulle nostre tasche e sulla nostra salute, alla faccia della bontà dell’art. 142 della legge finanziaria regionale del 2011.

Abbiamo un po' romanzato ma non ci giurerei troppo, di sicuro è stato ... un buon lifting.

giovedì 5 aprile 2012

Noi lo abbiamo detto da tempo

Oggi parte della Stampa locale (La Nazione) ma anche la rassegna della Provincia, riporta una notizia che a noi del Comitato “SOS braccagni.net” dovrebbe, dico dovrebbe, fare piacere.
La Provincia (Marras) come don Abbondio dice ”il polo non s’ha da fare a nord di Braccagni, ma al Madonnino come da PTC”. Finalmente un pochino di chiarezza, non si dice più genericamente Braccagni, ma si fa un distinguo, specificando quale luogo finale il Madonnino. Direi però di togliere PTC e inserire Piano Strutturale, perchè il PTC è stato presentato il 23 (o 28) Luglio 2010 mentre l’adozione (l’approvazione a di là da venire) del RU è del 28 Marzo 2011, quindi quasi un anno dopo. Bene, alla presentazione del PTC il relatore (non vorrei sbagliare, ma mi sembra fosse il Vice presidente Sabatini) non specificò la localizzazione, ma disse solo Braccagni, e su questa posizione la Provincia è rimasta specificando che la localizzazione era compito del Comune di Grosseto, a lei bastava che fosse fatto in comune. Tale posizione Marras la tenne anche in un’assemblea pubblica del PD a Sticciano, qualche mese fa, salvo poi accettare, sollecitato dai 4 del Comitato presenti a titolo personale (al più quale ex Sindaco roccastradino) la localizzazione al Madonnino.
Ora sembra un'inversione di rotta a 180°, da cosa è dovuta? Credo poco al consumo di territorio, come riportato, in quanto la posizione della Regione (o se volete, come viene comunemente affermato, della Marson) era già nota al momento della presentazione del PTC; ancora meno al “famigerato” art.142 della L.R. 66/11 perchè nel caso di spostamento dallo Spiga al Madonnino, come si dice, “si cascherebbe dalla padella nella brace”. Ci sono forse delle problematiche dell’area artigianale (acquirenti o altro) che obblighino la localizzazione del Polo (sia esso agro-industriale e/o logistico) al Madonnino? E’ forse una presa di posizione nella lotta interna al PD locale (fra cene all’astice, Areadem o altro), visto che anche sul Polo non tutti hanno una linea unitaria? O più semplicemente la PILT ha deciso di tirare i remi in barca, e qualcuno per non trovarsi con un pugno di mosche in mano, sollecita il vecchio progetto?.
Comunque sia oggi, giovedì santo, non voglio scomodare S. Tommaso, mi contento della più laica Camusso a cui prendo il commento sul nuovo (politico) art.18: aspettiamo il documento ufficiale per dare un commento.
Anche per me è così, nell’attesa non abbassiamo la guardia, anzi stiamo in campana e continuamo la nostra opera, visto che ora come ieri, grazie all’impegno (anche con pesanti ritorni personali) di alcuni componenti del Comitato ci costa poco.
Nello

giovedì 22 marzo 2012

Cemento


Nei giorni scorsi sulla stampa è stato pubblicato uno stralcio delle osservazioni elaborate dalla Regione Toscana al Regolamento Urbanistico del Comune di Grosseto, accusando i nostri amministratori di cementificare eccessivamente il territorio comunale.
Scrive la Regione: “Al fine di garantire il perseguimento dei principi di sviluppo sostenibile e di tutela delle risorse essenziali del territorio interno e della programmazione territoriale comunale, occorre sia rivalutato il consumo di suolo introdotto dalle nuove trasformazioni (pari quasi alla metà della superficie territoriale dell’intera città di Grosseto) e sia riequilibrato il rapporto tra i nuovi interventi e quelli di recupero e di riqualificazione previsti, attualmente sbilanciato a favore delle nuove trasformazioni”.
La Regione ispirata da una politica di governo del territorio sensibile al consumo di suolo, orientata ad uno sviluppo urbanistico che eviti la formazione di conurbazioni; ossia che due o più città vicine, indipendenti tra loro, si dilatino fino a saldarsi topograficamente (inglobazione di centri periferici), producendo un crescente squilibrio fra aree meno abitate e città, formando sterminate periferie degradate con conseguenti problemi di carattere socio-economico.
Politica, questa, poco sentita dall’attuale Amministrazione, almeno da quanto traspare dall’analisi del Regolamento Urbanistico adottato dal Comune.
La Regione Toscana osserva che, rispetto al dimensionamento massimo previsto dal Piano strutturale, il Regolamento Urbanistico consuma il 70% di quanto destinato al residenziale (332mila mq, 4mila alloggi), il 45% di quanto destinato al turistico ricettivo, il 40% di quanto destinato al terziario (126mila mq) e il 35% di produttivo (544mila mq).
Il Regolamento Urbanistico ha una durata di 5 anni mentre il Piano Strutturale indica in 15 anni la fase minima temporale per attuare la previsione complessiva; peccato che questo Regolamento Urbanistico, da solo, utilizza già il 70% di quanto previsto per il residenziale e il 40% (in media) rispetto alle altre previsioni. Questo evidenzia uno squilibrio nelle previsioni urbanistiche, non dettato da esigenze oggettive (crescita demografica o sviluppo industriale).
Il rischio è che si costruisca troppo rispetto alle reali esigenze del territorio, con effetti facilmente desumibili: incremento delle seconde e terze case, abbassamento del valore immobiliare, offerta edilizia non accompagnata da adeguata offerta di lavoro. Inoltre, l’espansione richiede l’aumento dei servizi ai cittadini, ai quali, già oggi, le Amministrazioni stentano a far fronte. Risultato: degrado?
Insomma, un Regolamento Urbanistico da rivedere ma di questo ce ne eravamo già accorti.

lunedì 5 marzo 2012

LA NUOVA STREGA DEL PADULE: IL RISCHIO IDRAULICO


L’art. 142 della Legge Regionale n. 66, del 27 dicembre 2011, “Legge finanziaria per l'anno 2012”, ha scatenato le ire delle associazioni di categoria, degli ordini professionali e del Comune di Grosseto, incolpando la Regione Toscana di aver bloccato lo sviluppo urbanistico ed edilizio ed “ingessato” il territorio agricolo.
E’ intervenuto anche il PD grossetano, sostenendo che gli effetti della norma comportano l’impossibilità di trasformare, potenziare e riqualificare l'attività agricola e agrituristica, ritenendo pertanto necessaria una revisione della stessa.
La questione viene dunque spostata sul piano politico, scaricando le responsabilità sulla Regione, ma siamo sicuri che questa è la giusta interpretazione?
La Regione ha inserito la norma sul rischio idraulico nella legge finanziaria, pertanto la filosofia dovrebbe essere rivolta al risparmio economico, limitando costose opere idrauliche a carico degli Enti Pubblici, là dove gli interventi possono essere diversamente localizzabili, oltre che, alla tutela del territorio e dei cittadini. Soprattutto questi ultimi, infatti non dobbiamo dimenticare che gli eventi alluvionali dell’ottobre scorso in Lunigiana e nello spezzino, oltre a presentare un elevato costo economico, sono stati caratterizzati da numerosi lutti.
Questa rigidità attribuita alla Regione non deriva certo dall’emotività generata dalle alluvioni, infatti la norma si riferisce alle aree, classificate dai Piani Strutturali o dai PAI (Piani di Assetto Idrogeologico), come aree a Pericolosità Idraulica Molto Elevata, per le quali l’attività di trasformazione ed edilizia era già fortemente limitata. Basti ricordare che il Regolamento Regionale n. 26/R del 2007 stabilisce che, per le aree a Pericolosità Idraulica Molto Elevata, non sono da prevedersi interventi di nuova edificazione.
Questo rappresenta solo uno stralcio della complessa ed articolata normativa Regionale in materia, alla quale i Comuni devono adeguare la loro politica di gestione del territorio. Quindi la Regione, con l’art. 142 della legge finanziaria, ha solo specificato meglio e con più forza ciò che già era in vigore sul rischio idraulico..
Vediamo, allora, perché il Comune di Grosseto ha l’80% del territorio classificato a Pericolosità Idraulica Molto Elevata (P.I.M.E.).
Le politiche di governo del territorio, a livello comunale, si attuano attraverso il Piano Strutturale (Strumento di Pianificazione Territoriale) ed il Regolamento Urbanistico (Atto di Governo del Territorio). Il Piano Strutturale definisce il Quadro Conoscitivo e contiene, fra le altre, la “Carta delle aree a pericolosità idraulica”, mentre il Regolamento Urbanistico disciplina l’attività urbanistica ed edilizia.
Prendendo come esempio il territorio a nord del Comune (Braccagni-Madonnino), vediamo come si è sviluppata, a livello cartografico, la perimetrazione del rischio idraulico negli Strumenti Urbanistici.
La cartografia sul rischio idraulico allegata al Piano Strutturale del Comune di Grosseto, adottato nel 2004 e approvato nel 2006, contiene una classificazione diversa da quella adottata dalla Regione Toscana nel PAI (Piano di Assetto Idrogeologico), ma non presenta vaste aree riconducibili a Pericolosità Idraulica Molto Elevata. Seppur con nomi diversi le due perimetrazioni coincidono, ma allora, perché oggi l’80% del territorio comunale è vincolato?

Estratto cartografia del PAI del Bacino Regionale Ombrone


Estratto cartografia del Rischio Idraulico del Piano Strutturale (in rosso le aree a P.I.M.E.)

Dal confronto delle due cartografie possiamo osservare che le aree a Pericolosità Idraulica Molto Elevata, perimetrate nel PAI, sono state riprese dal Comune nel Piano Strutturale.
La situazione cambia nella stesura del Regolamento Urbanistico, dove il Comune inserisce una nuova carta delle aree a rischio idraulico, giustificandola in attuazione del Regolamento Regionale 26/R del 2007, peraltro non obbligatoria, perimetrando quasi tutta la pianura grossetana a Pericolosità Idraulica Molto Elevata.

Carta del Rischio Idraulico allegata al Regolamento Urbanistico (in rosa le P.I.M.E.)

Il confronto di quest'ultima cartografia con le precedenti evidenzia un aumento sostanzioso delle aree classificate a Pericolosità Idraulica Molto Elevata.
Il Regolamento Regionale 26/R impartisce direttive per la stesura dei Piani Strutturali, stabilendo che vanno classificate a Pericolosità Idraulica Molto Elevata aree di fondovalle non protette da opere idrauliche per le quali, in assenza di studi idrologici e idraulici, si hanno notizie storiche di inondazioni o sono morfologicamente in situazione sfavorevole. Mentre, per i Regolamenti Urbanistici indica criteri normativi generali, come, ad esempio, che non sono da prevedersi interventi di nuova edificazione per le quali non sia dimostrabile il rispetto di condizioni di sicurezza o non sia prevista la preventiva o contestuale realizzazione di interventi di messa in sicurezza.
L’art. 142, della Legge finanziaria Regionale n. 66/2011, disciplina gli interventi nelle aree a Pericolosità Idraulica Molto Elevata classificate dai Piani Strutturali o dai PAI, non facendo menzione dei Regolamenti Urbanistici, in quanto sono i P.S. a definire il quadro conoscitivo. Quindi, norme alla mano, l'art. 142 si applica alle cartografie del P.S., cioè alle aree P.I.M.E. della prima carta.
In base alle norme di cui sopra il Comune di Grosseto poteva scegliere di lasciare la perimetrazione effettuata nel Piano Strutturale, in quanto alla data di entrata in vigore del Regolamento 26/R era già dotato di P.S., oppure, nel dimostrare la propria sensibilità verso questo problema a seguito degli eventi del 2004, approvare una variante al Piano Strutturale, producendo studi idrologici e idraulici dettagliati, al fine di individuare la giusta classificazione del territorio anche in base alle opere idrauliche realizzate nel tempo.
Invece, ha applicato al Regolamento Urbanistico le direttive di carattere generale contenute nel Regolamento 26/R e destinate al Piano Strutturale, violando così le norme in materia di formazione degli Strumenti Urbanistici.
Da quanto sopra si evince che, interpretando la norma, l'art. 142 non si applica alle perimetrazioni del rischio idraulico contenute nel Regolamento Urbanistico, che il Comune ha probabilmente violato le norme sulla formazione degli Strumenti Urbanistici, modificando con il R.U. ciò che compete al P.S., e soprattutto, che ha operato una classificazione del rischio idraulico in maniera generica e superficiale, senza tenere conto delle opere di difesa idraulica realizzate sul territorio.
Gli stralci cartografici si riferiscono all'area del Madonnino, a nord di Braccagni, dove sono state realizzate importanti opere di difesa idraulica (idrovore, canalizzazioni, casse di espansione, varchi sotto la S.S. 1 Aurelia, ecc.), costate ad oggi 8 milioni di Euro e che dovevano servire a diminuire il rischio idraulico, mentre sulla carta è ancora molto elevato.
La soluzione del problema sta sicuramente nella revisione delle cartografie del Piano Strutturale, attraverso studi idraulici che tengano conto delle opere di difesa realizzate e nel ritiro delle cartografie prodotte, in modo superficiale, nel Regolamento Urbanistico, altrimenti si rischia di aver sprecato, una volta di più, soldi pubblici per opere inutili.
Al momento, però, sembra più semplice addossare le responsabilità ad altri, chiedendo la revisione delle norme, lasciando i cittadini e le aziende agricole nella melma di un “padule” quale sta diventando il Regolamento Urbanistico.
                                                                                                                       Fabio Bargelli